L’imprenditore e il manager

Nella seconda metà del secolo scorso, la figura del singolo imprenditore era diventata piuttosto marginale nel sistema organizzativo delle imprese. Il ruolo del protagonista spettava al manager, era lui il vero padrone dell’azienda; per il resto in fabbrica, secondo le relazioni industriali del tempo, i sistemi retributivi e di concertazione delle modalità di lavoro tendevano a valorizzare il potere dei lavoratori. L’azienda manageriale era quindi il modello organizzativo vincente, e non sembravano esserci più le condizioni per l’emergere di forti figure imprenditoriali.
Infatti, i nuovi manager si erano dimostrati più aperti e disponibili al cambiamento rispetto ai singoli imprenditori del passato, riuscendo a comprendere e ad assecondare meglio le esigenze delle istituzioni pubbliche ed i sindacati. Questo quadro era favorito dalle stesse Istituzioni che perseguivano un consenso sociale, rafforzando un equilibrio tra le forze in campo, che si è andato consolidando nel tempo.
Con il nuovo secolo, un radicale cambiamento avviene con la cosiddetta rivoluzione digitale, che vede affermarsi, invece, la genialità del singolo imprenditore, con la creazione e l’uso delle piattaforme digitali. Le grandi imprese del ‘900 perdono gradualmente di importanza, al vertice del sistema produttivo, e nuove attività imprenditoriali prendono il loro posto .
Le nuove imprese appaiono più snelle e molto meno complesse di quelle del ‘900, grazie anche ad una semplificazione delle giovani gerarchie manageriali.
Il primato dell’organizzazione perde terreno di fronte alle nuove genialità. Ritorna in primo piano il singolo imprenditore e la sua capacità innovativa. E il nuovo individualismo porta con sè una diminuzione dell’attenzione al sociale. Le società moderne, che hanno la loro forza nelle piattaforme tecnologiche e negli algoritmi digitali, cercano oggi di perseguire un nuovo capitalismo che dia piena libertà dell’impresa, senza sottostare a vincoli anche di carattere sociale. Bill Gates fa liberamente beneficienza con la sua Fondazione; non agisce attraverso gli strumenti delle Istituzioni Pubbliche.

Il nuovo modello organizzativo

La nuova imprenditoria industriale è riuscita ad accumulare una ricchezza enorme, impensabile.
E’ in atto, soprattutto in USA, un processo di accumulazione dei redditi che può modificare un sistema di potere finanziario che sembrava intoccabile.
Fino a pochi decenni fa il mercato dei capitali era in mano alle grandi multinazionali manifatturiere, ora i nuovi imprenditori digitali gestiscono flussi finanziari molto elevati, in grado condizionare fortemente i mercati.
Il modello organizzativo tipico degli anni passati, caratterizzato da catene di impianti, da macchinari, da operai è largamente superato. Lo stesso vale per la struttura delle reti fisiche della distribuzione: meno capannoni e più app nei computer.
Il cambiamento è radicale. Si pensi che la grande forza della Olivetti, negli anni sessanta, era quella di essere presente con un negozio di vendita in ogni città e quartiere del mondo. Ora sarebbe un punto di debolezza: un costo inutile. Società come Amazon hanno cambiato le regole del mercato distributivo. Apple non produce direttamente i suoi prodotti e non possiede capacità manifatturiera. Il modello di business prevede la progettazione digitale ed il design; niente macchinari, invece si ai servizi.
Google, Amazon, Facebook, Apple creano idee e le realizzano. Queste imprese, che non fanno manifattura, sono al vertice della piramide dei profitti e del valore di Borsa. Il computer e l’intelligenza artificiale prevalgono sul frigorifero e l’automobile e l’effetto di tutto ciò è che la struttura industriale si è ulteriormente concentrata in poche imprese, dotate di una tale immensa liquidità da promuovere condizioni favorevoli a posizioni monopolistiche.
Il tradizionale ciclo di produzione, (investimento – produzione – consumo), che era stato alla base dell’economia di massa, è ora sottoposto ad una radicale mutazione, grazie al protagonismo dei nuovi imprenditori dell’immateriale.
Il nuovo individualismo imprenditoriale trae forza dalla capacità di innovare del suo protagonista, che delega il meno possibile ai manager: è il singolo imprenditore il “genio” innovatore.

L’esempio classico è Steve Jobs. La sua forza è creare all’infinito nuovi modelli di business, dove a ogni idea ne segue un’altra, e tutte si dimostrano vincenti, in un nuovo contesto industriale dominato dallo sviluppo delle tecnologie dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, al servizio di grandi singole genialità. Vi sono sempre meno modelli di business generalizzabili, accessibili a tutti, come avveniva nell’era della produzione di massa. La nuova e crescente imprenditorialità non ha più un denominatore comune. La base dell’attività innovativa è differente da caso a caso; si sviluppano modelli di business particolari e specifici. Per esempio per Zuckerberg (Facebook) il modello è quello di connettere tutto il mondo creando una connessione globale e libera nello stesso tempo perchè nella sua visione un mondo connesso è un mondo aperto, cioè libero. Altri imprenditori hanno altre motivazioni, anch’esse totalizzanti.
Il nuovo individualismo imprenditoriale, quindi, sembra essere l’unica ricetta per il successo economico . Cifre da capogiro: Apple potrebbe essere quotata a breve ad un valore superiore ai mille miliardi di dollari. Amazon è a quota 882 miliardi. Microsoft è a quota 827 miliardi. Facebook è a 506 miliardi (dati Corriere della Sera del 30.07.2018). Per capire l’importanza dell’entità di questi dati, si pensi che la famosa banca d’affari J.P. Morgan Chase è a quota 389 miliardi di dollari .
Siamo di fronte ad un nuovo “Rinascimento” con al centro la forte soggettività innovativa dell’imprenditore? Questo contesto potrebbe anche essere un’occasione per il sistema delle imprese italiane: la riscoperta dello spirito “mercantile” degli italiani, con un forte impegno innovativo nell’export. E’ un “DNA” che viene da lontano e che è ancora rintracciabile nelle vene dei connazionali più intraprendenti.
Tutto bello e positivo quindi? Purtroppo, allo scenario descritto si contrappone la politica industriale sponsorizzata dall’attuale Presidente USA, Donald Trump, che vede al primo posto la reintroduzione del protezionismo, tramite un sistema di dazi all’importazione.
Il peso economico dell’economia tradizionale USA è ancora tale che, così facendo, può mettere in discussione la globalizzazione che è, invece, funzionale ai processi di digitalizzazione dell’economia.
Va considerato, tuttavia, come l’operazione Trump sia di difficile realizzazione perchè, data l’attuale divisione internazionale del lavoro, a cui hanno fortemente contribuito gli stessi Stati Uniti, si dovrebbe modificare quasi ex novo tutto il sistema della produzione statunitense.
Ragionevolmente, la prospettiva a breve sembra essere quella di una società polarizzata su un nuovo protagonismo tecnologico che produce molta ricchezza per pochi uomini di successo, che coesistono tra di loro, senza alcuna interazione con la formazione di aggregati sociali sempre più numerosi e dissenzienti, frutto della crescente disuguaglianza sociale.
Il sistema delle imprese italiane sembrerebbe in parte reagire alla nuova configurazione internazionale: investendo importi significativi, direttamente in ricerca e sviluppo. L’interessante novità è che tali investimenti riguardano tutta l’ azienda e non solo una parte relativa all’introduzione di una nuova specifica tecnologia nel processo di produzione o nel singolo prodotto.
Questi “innovatori” italiani sono presenti in tutti i reparti aziendali e non solo nel centro di ricerca e sviluppo come nel recente passato. Il modello è quello dell’azienda “open innovation”. Tutti i dipendenti sono chiamati, secondo le logiche della “lean production”, la produzione “snella” ad essere partecipi dei processi innovativi. A questo fine, nelle aziende vengono adottate sempre più piattaforme digitali per realizzare nuove idee innovative. Si tratta pur sempre di una “elite”. Grazie anche alla nazionale e diffusa “fuga di cervelli” all’estero, appare assai improbabile, al momento, la comparsa all’orizzonte di un Bill Gates nostrano. Affrontare il nuovo, dunque, è la sfida che ha di fronte il sistema produttivo italiano.

In Italia

Diversamente, la recedente manovra di politica economica del Governo Salvini – Di Maio copia il passato, nessun cambiamento. Si crede, di fatto, nella vecchia ricetta dell’erogazione assistenziale di denaro. La manovra, infatti, persegue l’obiettivo di soddisfare le attese dell’elettore che, a breve, sarà chiamato a votare alle elezioni europee.
Ben diversa è la manovra che promuove investimenti innovativi che possono far crescere le potenzialità produttive esistenti nel nostro sistema produttivo, politica che ha quale effetto positivo l’aumento dei salari e degli stipendi, nonchè di creare nuovi posti di lavoro. Ciò significa nuovo reddito disponibile, sia per i consumi che per il risparmio. In particolare, la risposta strutturale alla povertà è l’aumento dei salari e degli stipendi.
Il sistema, invece, si indebolisce con l’erogazione monetaria, che deriva dall’indebitamento pubblico sul mercato dei capitali, che – oltre tutto – non è certamente sensibile ai fabbisogni dei ceti meno abbienti.
Inoltre, è dubbioso che incentivare i consumi da parte dei ceti poveri possa produrre, come sostiene il governo, nuova occupazione. Infatti, i beneficiari dell’erogazione monetaria presentano una propensione al consumo verso beni a basso valore aggiunto, che difficilmente possono essere il volano di aziende competitive in crescita. Non solo, ma l’attuale capacità produttiva è più che sufficiente ad assorbire un incremento di domanda, senza l’effetto di nuova occupazione. Si tratta di beni “low-cost”, che hanno nel mercato cinese il produttore quasi esclusivo. Alla fine è lui ad arricchirsi.
In conclusione, pare molto illusorio, se non demagogico, pensare di ridurre la povertà con il trasferimento di moneta da un capitolo di bilancio ad un altro.
Si è, invece, dalla parte dei più deboli favorendo un sistema delle imprese dove crescono i salari e una pubblica amministrazione che sa erogare adeguati servizi sociali.

Dott. Roberto Pertile – Associate di Salvatori & Partners